Mercato del LavoroNewsPolitiche PubblicheIl destino del polo industriale del Sulcis-Iglesiente

In quest'articolo analizziamo la situazione dell'importante Polo Industriale del Sulcis-Iglesiente, facendo riferimento anche alla sua storia.
Redazione Economind11 mesi ago132019 min

In questo articolo tratteremo la questione riguardante il polo dell’industria pesante di Portovesme, che ha tenuto banco per svariati anni a causa dell’ingente perdita di posti di lavoro derivante dalla chiusura degli impianti e del forte indebitamento degli stessi su scala nazionale e internazionale.

Capiremo cosa si è fatto per raggiungere i recenti accordi per la riapertura degli stessi e valuteremo i pro e i contro di questo ‘nuovo’ piano di sviluppo del Sulcis-Iglesiente.

La Sardegna fin dagli anni ’30 ha svolto un ruolo cruciale nella produzione siderurgica locata nel Sulcis-Iglesiente.

Come in ogni settore, al boom produttivo nel dopoguerra sono seguiti periodi di stallo e di crisi profonda, che hanno condotto alla chiusura degli stabilimenti in Sardegna, tra il 2009 ed il 2012, all’indomani della recessione finanziaria globale.

Il settore energetico è altamente soggetto alle fluttuazioni del prezzo delle materie prime e delle fonti energetiche e questo si ripercuote, come un ‘effetto domino’, direttamente sui costi di produzione del prodotto finale.

In una società globalizzata come la nostra, vi sono infatti diverse incognite nel processo di produzione e il prezzo per l’approvvigionamento delle fonti energetiche è sicuramente una di queste, considerato che questo si forma sui mercati internazionali a seguito di contrattazioni tra domande e offerta.

Negli ultimi anni si è cercato di individuare quale potesse essere la scelta migliore per rilanciare il vecchio polo industriale di Portovesme (con i suoi 23 comuni) e contestualmente l’economia del Sulcis-Iglesiente, sostenendo i programmi di investimento e di sviluppo imprenditoriale unitamente a quelli di salvaguardia dei livelli occupazionali.

Invitalia‘, ossia l”Agenzia nazionale per lo sviluppo d’impresa, S.p.a partecipata al 100% dal Ministero dell’economia, ha indetto una call per raccogliere le manifestazioni di interesse da parte di investitori.

Sono stati 21 i progetti complessivamente presentati (ripartiti fra 16 piccole e medie imprese e da 5 grandi industrie), per un totale di 381 milioni e 627 mila euro, con un’occupazione attesa di 1112 addetti.

Questo a testimonianza di come la richiesta abbia trovato terreno fertile prevalentemente tra le imprese di più piccole dimensioni (e più rappresentative del tessuto industriale italiano).

Portovesme Srl, Alcoa, Eurallumina sono alcune delle aziende del Sulcis che sono state coinvolte di recente nel progetto di riconversione e riqualificazione industriale, sulla base di un piano nazionale e regionale che sta cercando di riportare in auge il vecchio polo della metallurgia Italiana.

Le tre aziende condividono sfortunatamente storie simili e le tratteremo brevemente per avere un’idea più chiara di ciò che è successo.

Alcoa

Riqualificazione polo industriale Sulcis - Foto rappresentativa.
Il piano di riqualificazione e riconversione ha coinvolto anche l’ex Alcoa, l’Eurallumina la Portovesme Srl.

L’azienda Alcoa venne avviata in Sardegna nel 1973.

Fino al 2012 produceva annualmente 350 mila tonnellate di alluminio primario in pani e billette.

Fatturava circa mezzo miliardo di euro all’anno e vantava 800 occupati in totale.

Il costo delle materie prime, l’obsolescenza degli impianti che nel corso degli anni hanno causato inefficienze operative, unitamente al prezzo dell’energia e la recessione globale sono stati i maggiori fattori per i quali l’Alcoa ha iniziato la sua fase di declino.

È da precisare infatti che per un’azienda come questa, ottenere gli approvvigionamenti di energia a prezzi competitivi e sostenibili nel medio e lungo periodo è vitale, considerando che il costo dell’energia influisce per circa il 40% sul costo di produzione dell’alluminio (prodotto finale).

Sider Alloys, azienda svizzera operante nel settore siderurgico e della lavorazione delle leghe, ha rilevato lo stabilimento della multinazionale americana.

Lo scorso ottobre 2018 è stato siglato l’accordo tra Confindustria e i sindacati, sebbene ancora ci siano diverse questioni da affrontare e definire.

Fra queste anche il delineare i dettagli riguardanti l’assetto societario, il piano industriale e la co-partecipazione finanziaria: il 20% andrebbe ad ‘Invitalia’ e il 5% agli operai (questo sancirebbe dunque il loro ingresso nella compagine azionaria).

Per rilanciare l’ex Alcoa sono stati stanziati ben 135 milioni di euro, di cui 8 a fondo perduto, 84 erogati mediante prestito a tasso agevolato, 20 stanziati dall’Alcoa ed i restanti 23 milioni disposti da parte della Sider Alloys.

Questo intervento prevede 370 nuove assunzioni dirette, 70 a contratto, ed eventuali 50 aggiuntive.

L’intervento impone la dismissione di alcune strutture e la ricostruzione di altre (precedentemente demolite a causa della presenza di amianto, come quella relativa agli spazi degli ex spogliatoi e della direzione).

Alla cinese Chinaldi, scelta per le sue tecnologie d’avanguardia, spetterà la ristrutturazione dell’impianto di elettrolisi, mentre alla Danieli verranno affidati i lavori di ristrutturazione della fonderia.

L’obiettivo che la Syder Alley si prepone è quello di produrre 165 mila tonnellate all’anno, equivalente alla copertura del 3% del fabbisogno europeo e del 15% di quello nazionale.

Il piano è ambizioso considerato che si vorrebbe riavviare la produzione entro ottobre 2019.

Eurallumina

L’Azienda, controllata dalla russa Rusal, nasce per produrre ossido di alluminio (come prodotto di lavorazione della bauxite) e poi impiegato come prodotto intermedio da Alcoa nel processo di produzione dell’alluminio.

Eurallumina ha chiuso i battenti nel 2009, lasciando 450 persone (oggi ridotte a 260) in cassa integrazione da circa dieci anni (al 18 Novembre 2018).

L’azienda ha in progetto un investimento di 167 milioni di euro per riavviare la raffineria e 1416 posti di lavoro attesi, ripartiti fra 342 occupati a tempo indeterminato, 130 a tempo determinato e ulteriori 944 assunzioni indirette.

A settembre 2018 è stato presentato il “Progetto di ammodernamento della raffineria di produzione di allumina” in parte modificato rispetto alle intenzioni originali.

Non più la centrale cogenerativa a carbone per la produzione dell’energia termica ed elettrica indispensabile per il funzionamento della raffineria, ma al suo posto un vapordotto allo scopo di convogliare il vapore prodotto dalla centrale termoelettrica ‘G.Deledda’ dell’Enel, a Portovesme.

Anche la Sider Alloys potrà rifornirsi direttamente dall’Eurallumina, abbassando i costi di approvvigionamento e creando così sinergie tra le imprese.

È stata inoltre disposta la messa a dimora dei fanghi rossi, che sarà preceduta da un trattamento di disidratazione tramite presso-filtratura.

Portovesme Srl

La Portovesme Srl, azienda metallurgica fondata all’inizio degli anni ‘30 e controllata dalla Glencore, garantisce 130 posti di lavoro totali, tra assunzioni dirette e indirette.

Negli anni d’oro della fonderia gli occupati erano infatti 250.

Si tratta della raffineria che annualmente produce circa 50 mila tonnellate di piombo, da cui si raffinano metalli preziosi che vengono scambiati anche sui mercati internazionali.

Come le altre aziende del settore, anche la Portovesme Srl ha sperimentato gli effetti della crisi economica, e i 300 lavoratori privi di ammortizzatori sociali lo dimostrano.

Di recente il decreto regionale ha approvato l’intervento per la realizzazione della nuova discarica ‘Genna Luas’, la cui Valutazione di Impatto ambientale ha ricevuto parere positivo.

L’investimento è quantificato intorno ai 34 milioni di euro.

Va sottolineata la compatibilità ambientale del progetto, la quale permetterà di continuare l’attività della fonderia per almeno dieci anni, avendo ricadute positive sul fronte occupazionale e, allo stesso tempo, contenendo l’impatto ambientale sul territorio.

Tutela dell’ambiente o crescita economica: esiste un tradeoff?

In questioni così complesse capire cosa sia meglio fare è tutt’altro che semplice, dal momento che in ballo vi sono la tutela di un bene comune, come l’ambiente, e dall’altra parte la tutela dei lavoratori e dell’economia di un territorio che per svariati anni si è trovato in ginocchio, con centinaia di ex-occupati privi di ammortizzatori sociali.

Ci si è trovati davanti a ciò che in gergo economico viene definito ‘trade-off’: da un lato adottare soluzioni più eco-compatibili riconvertendo gli impianti (più facile a dirsi che a farsi visto i costi, i tempi, la formazione e la mancanza al momento delle risorse sufficienti per sviluppare altre forme di energia alternativa oltre a quella termoelettrica alimentata col carbone).

Dall’altro lato, proseguire con l’industrializzazione di più vecchio stampo (anche se con le dovute modifiche), occupando centinaia di ex-lavoratori e rilanciando almeno nel breve periodo l’economia del Sulcis, ben sapendo però che si sta solo rimandando il problema e che, considerando i cicli economici e i mercati energetici altamente competitivi, ci si può aspettare nuovamente fasi di stallo in un prossimo futuro.

Ecologia Sulcis ambiente - Immagine rappresentativa.
Ci si chiede se una virata ecologica possa essere più benefica sia per l’economia, che per l’ambiente.

Come spiegato da Legambiente, tale situazione solleva un problema importante ed è legittimo chiedersi fino a che punto nel 2019 sia ammissibile essere ancorati a un modello industriale obsoleto e non in linea con una più recente idea di sviluppo sostenibile.

Fino a che punto si può sacrificare il territorio e l’ambiente per creare occupazione e crescita?

Questo è il dilemma dei dilemmi.

Vi sono circa 40 milioni di tonnellate di fanghi rossi nel bacino di scarico dell’Eurallumina (oltre 20 milioni di metri cubi) ed è bene notare che i livelli di inquinamento idrico e atmosferico possono avere ricadute dirette anche sulla stessa popolazione.

Vi sono inoltre timori che questa rinascita del settore metallurgico e manifatturiero non possa essere sostenibile e remunerativo nel lungo periodo, rischiando così di investire ingenti risorse in un business che alla lunga non ripagherà.

È vero però che l’espansione economica attesa a fronte di questi interventi, potrebbe dare modo in questi anni, alla Regione e alle imprese, di pensare a modelli alternativi e a basso impatto ambientale.

Il processo di de-carbonizzazione è infatti nei piani della Regione, come previsto anche dal ‘Piano Nazionale integrato per l’energia e il clima’ ma si chiede la non uscita anticipata della Sardegna dal circuito del carbone, in quanto carente al momento di infrastrutture per le energie alternative.

Infatti la fase di abbandono dell’uso del carbone, dei gas siderurgici e di raffineria, è fissata a livello nazionale formalmente entro il 2025.

Il comparto metallurgico sardo necessita, stando alle parole del direttivo regionale, ancora del carbone per permettere la produzione e la ripresa del polo industriale e l’isola necessita di ulteriore tempo per riconvertire la produzione in futuro virando verso le energie ‘green’.

Ciò che si chiede è dunque più tempo per evitare che il territorio si ritrovi nuovamente in crisi per mancanza di fonti energetiche alternative nel breve periodo.

Come ogni decisione importante, la riapertura del polo industriale divide l’opinione pubblica ma l’aspetto positivo è che, nel bene e nel male, il confronto rimarrà acceso e grazie al continuo scambio e dibattito la questione non verrà riposta nel dimenticatoio.

Redazione Economind

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